Dentro la bolla, oltre l'apparenza
- Istruzioni per l'uso (perché non possiamo parlare di neurodivergenze in modo superficiale) -
Premessa:
Ci sarebbero molti aspetti di cui discutere riguardo a come sia
cambiato il modo di raccontare le neurodivergenze sui social negli ultimi
cinque anni (15/10 anni fa, quando ho iniziato a informarmi, esisteva giusto
qualche community o forum, niente di più).
Molte delle mie opinioni e analisi le ho espresse sul mio profilo
personale Instagram, e spesso ho manifestato il mio punto di vista a riguardo
dei contenuti che circolano sui social. La maggior parte tende a orientarsi
verso tematiche identitarie, più che a comunicare in modo efficace a persone
neurotipiche cosa significhi realmente vivere queste condizioni.
(Ultimamente, però, stanno nascendo pagine interessanti che
cercano effettivamente di spiegare i meccanismi dietro alcuni funzionamenti e
di andare oltre gli stereotipi).
Il problema sta proprio nel fatto che tra persone neurodivergenti
(termine ombrello molto vasto, ma lo utilizzo per immediatezza) ci si comprende
spesso molto bene; quindi, i contenuti con un taglio identitario o
rappresentativo risultano immediatamente riconoscibili e condivisibili.
Non sempre, però, riescono a tradursi in una comunicazione
efficace verso un pubblico neurotipico (anche perché dovrebbe essere questo il
target da sensibilizzare).
Molti problemi di comunicazione nascono proprio dai
fraintendimenti: ciò che siamo e ciò che gli altri percepiscono di noi spesso
non coincidono.
Fatto questo preambolo, vorrei parlare delle interazioni,
basandomi sulle osservazioni e sul mio vissuto.
Il sovraccarico altera la percezione altrui:
Vorrei partire dalle interazioni e dalle relazioni con gli altri
esseri umani (con i gatti vado alla grande).
Uno degli aspetti più impegnativi, per quanto mi riguarda, è la
gestione delle interazioni sociali (nella fase di conoscenza) e delle relazioni
a lungo termine (queste ultime tendono a essere soggette a una forte usura o a
interruzioni). In generale, il punto centrale resta la gestione del carico di
stimoli, del sovraccarico e delle conseguenti mal interpretazioni.
Per quanto riguarda la vita analogica in ambienti frenetici per i propri standard (es. scuola, università, lavoro, eventi), può capitare di dover essere esposti per molte ore settimanali a contesti caratterizzati da stimoli sensoriali e cognitivi elevati: rumore, sovraccarico informativo, richieste di performance continue (cruciali per coloro che hanno funzioni esecutive alterate) e frequenti interazioni sociali. In queste condizioni, può emergere una riduzione significativa della capacità di risposta e di interazione, fino a forme di blocco temporaneo (addirittura shutdown).
Quella che io definisco modalità risparmio energetico.
In questi momenti, dall’esterno il comportamento può apparire semplicemente distante o poco partecipativo, ma questa è solo la superficie. L'apparenza.
Internamente, al contrario, si tratta di una condizione di protezione e riduzione dell’elaborazione sociale, necessaria per mantenere quel minimo funzionamento utile a non collassare e a non dissociarsi in maniera totale da ciò che ci circonda.
Un ulteriore elemento critico, di conseguenza, riguarda la discrepanza tra come ci
si sente e come si viene percepiti: una ridotta interazione può essere
interpretata come disinteresse, mentre in realtà si tratta di una limitazione
temporanea delle risorse disponibili. Allo stesso modo, situazioni di stress e
sovraccarico possono generare reazioni non filtrate ed esplosive, che vengono
poi lette come aggressività.
Questa dinamica può creare frustrazione, soprattutto quando si
interrompono potenziali connessioni che, in condizioni diverse, sarebbero
possibili. A questo si aggiunge il fatto che la ridotta frequenza di occasioni
sociali tende a favorire una maggiore rielaborazione interna, con analisi e
simulazioni mentali che però consumano ulteriore energia cognitiva.
In queste condizioni si instaura un loop difficile da
interrompere.
Nel tempo, per quanto mi riguarda, è diventato più chiaro anche il
tipo di contesti relazionali che risultano poco sostenibili o disfunzionali
(adesso ho ben chiaro quali siano le red flags da evitare).
Nonostante ciò, non sono ancora in grado di definire modalità più stabili di interazione con persone compatibili (che per me rimane un mistero da risolvere).
Per quanto riguarda la dimensione online, può rappresentare spesso uno spazio più gestibile: la comunicazione scritta, i tempi dilatati e la possibilità di costruire un contesto espressivo strutturato permettono una maggiore continuità e un maggiore controllo. In molti casi, questo tipo di ambiente consente una forma di espressione più coerente rispetto a contesti altamente stimolanti e non strutturati.
Per tale motivo sono attiva su internet da più di 20 anni e questo
blog rappresenta la modalità di espressione più affine a me.
Può capitare di essere percepiti come persone dalla duplice
personalità a causa dello switch abbastanza netto tra modo di essere e porsi
online e quello nella vita concreta. In realtà questo cambiamento è dettato dal contesto più gestibile e prevedibile.
La dimensione digitale, però, non è esente da criticità come, ad
esempio, l'alta esposizione e una maggiore vulnerabilità nel creare interazioni
potenzialmente disfunzionali.
Paradossalmente, la mia vita virtuale è più vicina alla realtà di
quella analogica.
Questa riflessione è emersa dopo un'analisi di come nelle mie esperienze personali sia presente un disallineato ciò che viene espresso con ciò che percepiscono gli altri: tutto
il sistema viene mal interpretato e il proprio cervello entra in modalità di iper-analisi su ogni singolo segnale sociale, attuando un inevitabile prosciugamento di energie.
Istruzioni per l'uso:
shutdown ≠ rifiuto
freddezza ≠ disinteresse
risposte brusche ≠ “aggressività”
Mi auguro che questo articolo sia risultato utile, soprattutto per coloro che spesso non hanno compreso alcuni meccanismi e comportamenti mal interpretati.
Crea, distruggi e ricrea. Questo è il tropico neurale.
A presto.

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