(Ri)partire dal segno
- Come ho raggiunto una nuova consapevolezza leggendo i miei scritti e analizzando la mia grafia -
Nell'ultimo periodo ho avuto l'occasione di rileggere delle mie frasi estemporanee e riflessioni conservate in un vecchio taccuino (ha più di 10 anni). Questo evento mi ha fatto riflettere di quanto i disegni della mia età adulta fossero molto distanti dalla mia poetica e ho finalmente capito l'origine di quella sensazione di latente fastidio che caratterizzava le mie sessioni di disegno.
Vorrei, in questo articolo, parlare di come la mia arte stia cambiando progressivamente attraverso l'aumento della consapevolezza di come funziono. Tale evoluzione, paradossalmente, non è determinata dalla pratica del disegno, ma attinge da fattori ed esperienze estranee all'atto della creazione grafica. La mia mente, infatti, tende a creare collegamenti trasversali con ciò che mi circonda, attingendo dati da vari campi: per questo motivo è sempre stato difficile focalizzare la mia concentrazione su un solo argomento di studio.
La mia grafia racchiude proprio la chiave di tutto ciò.
Prima di tutto ho deciso di smettere di cercare di raggiungere il bel tratto accademico e preciso, mero riflesso degli stili altrui.
In principio non ho mai voluto frequentare licei artistici né Accademie tradizionali: sapevo che non erano fatte per me. Questa mia posizione, spesso, destabilizza l'interlocutore proprio perché da sempre sono percepita dagli altri come quella brava a disegnare. Il vero cibo per il mio cervello è apprendere da altre discipline, elaborare e "buttare fuori" una visione.
Fumetto, l'unico contatto con l'accademia
Nonostante ciò, ho frequentato un corso triennale di fumetto perché è il medium che ho sempre usato per esprimermi fin da piccola. Questo percorso è stato fondamentale per diversi motivi: uscivo da un periodo di puro caos interiore e dovevo creare una rottura traumatica per porre fine a quel circolo vizioso. Decisi di ripartire da ciò che mi riesce naturale produrre.
Nonostante l'esperienza positiva, ho avuto la conferma che l'approccio accademico tradizionale mi sta stretto. Il mio cervello non ragiona esclusivamente da artista-artigiano: non ha la pazienza di preparare il materiale, intingere i pennelli, essere preciso. L'ho fatto per un po’, ma stavo fingendo di poterlo sostenere e ciò che producevo non mi rappresentava.
L'urgenza di buttare tutto su carta
La mia mente, come si evince dalla mia grafia, necessita di fare collegamenti veloci, di buttare fuori subito dal cervello. Per questo detesto copiare dal vero o usare reference, anche se non posso ignorare tali pratiche per avere la base tecnica da cui partire. Tutto è sempre partito dalla mia mente e da un'idea che a sua volta parte dall'analisi della realtà attraverso visioni metaforiche.
Inoltre, il processo accademico che avevo appreso alla scuola di fumetto e di cui ho fatto tesoro (ma caratterizzato da fasi che dilungano troppo il processo) in qualche modo castrava il mio flusso creativo. Osservando i miei diari delle superiori, era già possibile notare un certo grado di irrequietezza: linee convulse e spontanee, ma allo stesso tempo era presente coerenza e sistematicità.
Proprio dalla grafia e dagli scritti brevi del taccuino già citato, sono arrivata a una nuova consapevolezza: i miei pensieri e le mie visioni sono più più veloci della mano. Lo si evince anche da come scrivo con la tastiera se non edito: sfcrivo esaattamewnte cposì.
L'origine dell'errore di sitema:
L'approccio appreso alla scuola stava creando un cortocircuito per quanto riguarda l'espressione del proprio stile, della propria poetica e del metodo.
Guardando i miei disegni, non traspariva niente di chi fossi: non c'era traccia della mia personalità, dei miei gusti, di quale musica ascoltassi o della mia estetica.
Ripeto: le regole tecniche di base sono fondamentali; per trasgredirle è necessario conoscerle.
Anzi, continuerò a usare come base tecnica proprio gli insegnamenti che ho appreso, ma li applicherò solo come impalcatura di base.
La mia intenzione è ripartire dal gesto (dalla grafia), dall'essenza con cui la mia mente crea, e portare su foglio esattamente il mio mood.
Voglio che dalla carta e dall'inchiostro emerga di nuovo chi sono.
Inconsciamente, Neurotropico è nato proprio per questo motivo: trovare un luogo in cui poter esprimere ciò, allenarmi per poterlo fare.
Infatti i disegni e le tavole che pubblico qui mi rappresentano molto di più rispetto alle produzioni che ho realizzato durante il corso di fumetto e ai lavori che presentavo agli editori. E, forse, paradossalmente era proprio questo che portava a non rendermi credibile.
Cronistoria dell'evoluzione del mio approccio al disegno in 22 anni di vita:
- 2003 (13-16 anni): gli anni puri. Disegno come identità assoluta e elemento costante della quotidianità. Assenza di filtri;
- 17-20 anni: inizio di una ricerca estetica "gradevole" e pulita. Inizio di un progressivo abbandono del disegno;
- 20-26 anni: assenza totale del disegno dalla mia vita;
- 26 anni: Ritorno al disegno. Reset, trauma e perdita di familiarità con il gesto.
- 27-28 anni (Pre-Accademia Fumetto): ricerca di uno stile e emulazione di un'estetica anime/manga come gabbia protettiva da dove ripartire.
- Accademia Fumetto (29-31 anni): crisi dello stile, ricerca di un approccio professionale e credibile. Scisma tra identità e segno.
- Post-Accademia Fumetto (2023): Cortocircuito, delirio stilistico, rifiuto da parte degli editori, nascita di Neurotropico.
- Oggi: Cercare di tornare all'autenticità e alla coerenza incoerente che mi contraddistingue.
Il cerchio si chiude.
Crea, distruggi e ricrea. Questo è il tropico neurale.
A presto.

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